Il “mio” Bukowski. La poesia della disperazione.

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Adoro Bukowski. Si è accaparrato con invadenza uno dei primi posti nella mia classifica contemporanei. La stessa invadenza con cui ti entra nell’anima e s’infiltra quasi sottopelle a provocarti fastidio e dolore, il dolore che ti sbatte in faccia con la sua cruda visione poetica della vita. Un artista, come io concepisco l’artista puro. Dissoluto e passionale. Ostentato, anche. Tuttavia le citazioni che scelgono per i vari link sui social networks sono sempre poco esplicative della sua opera, lo fanno apparire uno di quei poeti dolci e carezzevoli, esattamente ciò che lui repelleva di essere.
Leggetelo! Molto probabilmente all’impatto lo odierete e proverete repulsione, vi indignerete, vi sentirete a disagio e improvvisamente vi scoprirete vestiti di una morale tanto stretta che neppure immaginavate di avere.
E scoprendovi perbenisti forse non lo eviterete ma cercherete di capire, d’immedesimarvi, di allontanarvi dal vostro comodo e politicamente corretto punto di vista per esplorare le infinite possibilità di guardare alla vita e di viverla. Allora lo amerete alla follia, come me. Se riuscirete a rompere il muro dell’accettabile e spogliarvi dal peso delle convenzioni.
Lui è la mia poesia. Quella che stride nel silenzio, infrangendo cristalli e facendo esplodere i timpani. Quell’urlo doloroso a cui non puoi restare indifferente. Bukowski è uno scrittore che “fa male”, non si fa leggere stancamente o con imperturbabilità, no, lui ti violenta lo spirito, ti tira dei pugni sullo stomaco per poi accarezzarti un minuto dopo con frasi che ti scavano al centro dell’anima per tirarti fuori un disperato senso di appartenenza a quella vita che poco prima ti era parsa così distante dalla tua.
Charles uomo, artista, poeta, scrittore, donnaiolo e alcolista. Lui è tutto e tutto insieme, un unicum indissolubile, l’artista puro la cui vita si fonde e si mescola alle sue parole. Henry Chinaski come Charles Bukowski in una continuità di passione e autodistruzione. Lo spirito tormentato di uno scrittore acuto e ruvido, rabbioso e disperato che riesce a farsi amare o a farsi odiare, ma che certamente ti resta dentro come una malattia che ti logora e che ti fa chiedere se per caso non ti sia guardato vivere attraverso uno specchio rotto.
Flavia

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