Un capitolo da “Angelo di strada” (Dicembre. Il vuoto.)

piazzanavona
DICEMBRE. IL VUOTO.

Camminare in questi giorni mi fa sentire ancora più invisibile.
I marciapiedi si sono vestiti con improbabili guide rosse, come se ogni strada di Roma fosse la brutta copia della quinta strada di New York, e le luci intermittenti brillano sospese tra un palazzo e l’altro.
Questa non è l’America ma soltanto una sua imitazione, peraltro mal riuscita. Mi chiedo quand’è che abbiamo perduto la nostra cultura identitaria per aspirare a cose che non ci sono mai appartenute. Guarda Halloween. Io non ricordo di averne mai sentito parlare da bambino, in quei giorni c’era il ponte e si andava al Verano per togliere la polvere di un anno intero dalle lapidi dentro alla cappella. Poi sono arrivati i film anni Novanta che ci mostravano quanto potesse essere divertente trasformare la morte di quei giorni in un’occasione per esorcizzarla. Ce la siamo bevuta, anche McDonald’s e i Marshmallow che arrostivamo tristemente sul gas, come se ci trovassimo in campeggio a Yellowstone. Siamo soltanto diventati più tristi e più grassi e dell’America non abbiamo proprio niente. Nulla della sua grandezza, della sua apertura all’affermazione dei diritti civili, della sua politica ed economia mondiali, e nemmeno del senso di appartenenza dei suoi cittadini.
Il nostro Natale era diverso dal loro, e forse anche migliore, abbiamo permesso che ce lo prendessero e lo conformassero alla loro cultura esibizionista del grande e su larga scala, rifilandoci sotto l’albero una serie infinita di pacchi uguali per tutti e in ogni casa. Regali su larga scala, desideri omologati, tutti identici e tutti allo stesso momento. Il loro Babbo Natale non porta mai il carbone e neppure minaccia di farlo, è sempre rubicondo e sorridente con una barba bella e curata, soprattutto vera. Il nostro ha iniziato a farsi vedere più spesso in giro, vestito di casacche cinesi sintetiche e con barba in lana di vetro che manco il più scemo dei ragazzini al di sopra dei tre anni ci cascherebbe.
Le persone si affannano a riempirsi le mani di pacchi pieni di regali inutili, spesso inutilizzabili e impersonali, presenti senza sentimento per l’annuale giostra natalizia.
A casa nostra il Natale era il tempo degli eventi sociali, delle cene importanti, a cui Elisa ed io partecipavamo di malumore, ingessati nei nostri vestiti eleganti e con sorrisi di circostanza che dessero lustro all’immagine della famiglia Di Strada.
Quando la nostra nonna paterna era ancora in vita, però, le cose erano diverse. Il Natale era davvero Natale e il suo profumo era quello dei tortellini in brodo e del pandoro lasciato a scaldarsi sopra il termosifone, del chiodo di garofano e delle bucce di mandarino.
Era il tempo in cui aspettavo con ansia l’arrivo di Babbo Natale, quello vero, quello che si nega alla vista dei bambini perché il loro sguardo lo farebbe irrimediabilmente scomparire. I Babbi di Piazza Navona erano risaputi impostori. A ogni romano tra i tre e i dieci anni circa veniva rifilata questa versione, quando si sedeva sulle ginocchia di un uomo troppo magro o troppo moro o che puzzava vistosamente di vino che di certo non poteva essere il vero, il magico, l’assoluto Santa Claus in persona.
Mandavo la letterina sempre in grande anticipo, con almeno tre post scriptum di richieste per Elisa che era sempre troppo pigra per scriverne una tutta sua.
Il Natale dei nostri otto anni avevo chiesto un telescopio a colui che era risaputo viaggiasse tra le stelle: avrebbe dovuto portarmi il più potente e più scientifico che ci fosse mai stato sulla faccia della terra. Soltanto lui avrebbe potuto farlo, a nessun umano sarebbe stato possibile acquistare un simile aggeggio. L’avevo visto su una pubblicità in una rivista e avevo capito che era lì come suggerimento.
Elisa mi aveva chiamato, come faceva lei, sottovoce, quando stava per combinarla grossa.
«Angelo! Psss… Angelo!»
Era nascosta dietro la porta della stanza dei miei.
«Che c’è?»
«Tu ci credi davvero a Babbo Natale?»
«Che domande fai? Certo, altrimenti chi mai potrebbe regalarmi un telescopio astronomico con riflettore motorizzato? Ti rendi conto Elisa!»
Mi aveva guardato con il suo sorriso birichino e mi aveva afferrato per il maglione trascinandomi dentro e chiudendo la porta.
«Sei pronto?»
L’avevo guardata senza capire e lei sghignazzando soddisfatta aveva aperto l’armadio di mio padre, scostando le giacche, e mostrandomi la poco poetica e cruda realtà.
Ero scoppiato a piangere disperato di fronte a quel sogno profanato e infranto e quando avevo scartato il telescopio, che era esattamente quello che avevo chiesto, in realtà avevo capito che il vero desiderio era altrove e non sarebbe più tornato.
Elisa era così: voleva la verità sempre e comunque. Combatteva per affermarla. Anche quando faceva male ed era amara. Diceva che conoscere e accettare la verità rende liberi.
Esattamente quello che non ho mai fatto io, tentando di soddisfare le attese degli altri su di me ed evitando di discostare le giacche appese nell’armadio chiuso del mio cuore per scorgerne la verità in esso contenuta.
Mi siedo lungo la strada, tra un negozio e l’altro, e accordo la chitarra.
Suonando posso racimolare quanto mi occorre per sopravvivere. Non è elemosina. Lavoro. Offro musica in cambio di un’offerta. Come i burattinai del Gianicolo.
Continuo a ripeterlo per convincere me stesso.
Mi domando se mio padre mi guarderebbe con gli stessi occhi di disprezzo come quando mi vide uscire da casa di Fabio.
Forse questo gli farebbe meno male e sarebbe per lui più accettabile, considerandolo qualcosa di recuperabile.
Quello che sono però non ha via di ritorno e mi rende invisibile ai suoi occhi.
Meglio pezzente che frocio. Mi direbbe con disprezzo.
Elisa sbatterebbe la sua forchetta nel piatto e si farebbe fumare le orecchie e poi verrebbe a sedersi qui accanto a me con un tamburello a tenere il ritmo della mia chitarra.
Elisa non c’è più. Neppure io.
Non guardo mai la gente che si ferma a mettere le monete dentro il mio berretto. Mi deconcentra. In verità mi vergogno, non riesco ad accettare quello che sto facendo, ma devo farlo per forza. Fabien non c’è più e la sua chitarra è stata la sua ultima lezione per me. Allora non guardo.
Mi accorgo che ho sempre preferito non guardare ciò che mi fa male. L’amore di Fabio, il disprezzo di mio padre, la morte di Elisa: ho preferito non guardare.
La mano di una ragazza si allunga a lasciare due euro e mi dice con voce gentile:
«Suoni davvero molto bene!»
Riconosco la sua voce e mi si ferma il respiro. Alzo gli occhi mentre sorridendomi se ne sta andando. È Giada.
Rallenta un attimo il passo trasalendo, c’incontriamo con lo sguardo, e nella manciata di pochi secondi la sua espressione passa dall’interrogativo domandarsi dove mai può avermi visto, al riconoscermi dietro mesi di strada e privazioni, con capelli e barba lunghi, chili di fame addosso, e occhi spenti.
Trasale, resta senza fiato con il viso sgomento, e istintivamente si volta dall’altra parte a chiamare il ragazzo che è con lei, di spalle, Luca. L’ho riconosciuto. La sua mossa mi dà il tempo di alzarmi e sparire dietro l’angolo.
Li sento chiamarmi concitati in mezzo alla folla incuriosita.
«Angelo! Angelo! Dove sei?»
Svuoto con rapidità il berretto dai miseri guadagni e mi metto in tasca le monete, m’infilo velocemente lo zaino sulle spalle e la chitarra a tracolla e inizio a correre nella direzione opposta, allontanandomi mentre le prime gocce di pioggia cominciano a bagnarmi il viso confondendosi con il pianto.
Decido di fermarmi solo quando sono completamente fradicio e le gambe mi tremano per lo sforzo. Entro in un bar e mi prendo un cappuccino caldo. Nel bagno cerco di asciugarmi alla meno peggio con l’asciugatore ad aria calda. Non ho vestiti di ricambio e il freddo e l’umido mi penetrano le ossa.
Alla stazione Termini alcuni volontari stanno passando per offrire delle coperte a quelli come me. Mi avvicino con lo sguardo basso e ne prendo una. Lo considero il mio regalo di Natale.
Mi trovo un posto riparato, lontano da sguardi indiscreti, prendo la foto e la guardo.
Mi sento pervadere da una profonda sensazione di vuoto.
Non mi sento libero. Mi sento svuotato.
Silenzio, freddo, vuoto, solitudine.
Credevo che allontanandomi dalla mia vita avrei cancellato tutto, invece tutto è rimasto lì, uguale a se stesso, come le onde del mare e il loro infinito ripetersi sulla riva, un universo di frattali che non intendono rompere alcuna regola. Lunghe o corte, calme o agitate, ma sempre se stesse. Onde.
Si fa strada la terribile presa di coscienza che al di là da questo mondo vuoto che ho voluto costruirmi lontano da me stesso e dal mio dolore c’è ancora l’altro mondo, quello da cui sono fuggito, in cui ero circondato da affetti e presenze, ognuno ovviamente con le sue aspettative, ma che rendevano la mia anima piena. Nonostante tutto.
La voce e gli occhi di Giada hanno tuffato il mio cuore, per pochi sfuggevoli secondi, nel calore di chi mi vuole bene. Un calore che ho voluto rifiutare per questo libero gelo.
Ho avuto paura e sono scappato di nuovo. Ho avuto paura di me stesso e del mio smarrimento.
Ora, oltre che da questa coperta, sono avvolto anche dal vuoto più assoluto.

Angelo di strada
Flavia Basile Giacomini

International Copyright © registered – tutti i diritti riservati.
versione cartacea ISBN 9788891052612
versione digitale ISBN 9788891052971
Su ordinazione presso tutte le librerie Feltrinelli.

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