Brontolo (un incipit dal suo punto di vista) – Flavia Basile Giacomini

Questo è uno degli elaborati che sono stati assegnati durante la frequenza al Laboratorio di scrittura creativa Rai-Eri “Il libro che non c’è”- sedicesima edizione, tenuto da Paola Gaglianone e Alessandro Salas, cui ho partecipato in questi mesi.

In questo elaborato, proprio per sottolineare l’importanza della voce narrante, ci era stato chiesto di creare un incipit (soltanto l’inizio, dunque) del celebre racconto di “Biancaneve e i sette nani” ma con un taglio diverso, utilizzando cioè il punto di vista di uno dei sette nani a nostra scelta.

brontolo

Il mio nome è Otto von Hohenstaufen, discendente dal nobile casato degli gnomi di Svevia le cui origini si perdono nella notte dei tempi e nelle oscurità dei fitti boschi della Baviera.
Siamo un popolo nobile, noi gnomi, un popolo di centenari barbuti e grinzosi, abituati a vivere nel rigore e nella disciplina, quasi come monaci dediti al lavoro e alle arti. Forse per questo o forse per la mia mania di stampare e custodire tutti i miei scritti, i miei amici mi chiamano da sempre Gutenberg, o almeno così mi chiamavano fino a quando un imprenditore cinematografico americano mi ribattezzò Brontolo, per dare la sua versione dei fatti al mondo intero.
Questo nome mi fu affibbiato dopo l’ennesima litigata con il regista che a tutti i costi ha voluto rimaneggiare la storia a suo piacimento. Ancora una volta.
Ma io c’ero. C’ero quando intorno al 1650 la principessa Nevolina si presentò bianca come un cencio alla nostra porta, chiedendo riparo da un brutto ceffo che aveva conosciuto alla “Locanda del Viandante Barbuto”, dove più volte le era stato proibito di recarsi, e che l’aveva condotta nel bosco per approfittar di lei e poi ucciderla.
E c’ero anche quando quegli ingrati dei fratelli Grimm, nel 1812, mi proposero di far consultare loro il mio archivio per scrivere questa storia. Ingrati, sì, perché la tramandarono cruenta e crudele come non fu e divennero famosi raccontando enormi fandonie su specchi parlanti, matrigne cattive e nanerottoli maschilisti.
A nulla valse l’intervento di quel grande uomo, che conobbi nel 1937, tal Walter Disney, per riaccreditare alla storia una buona dose di romanticismo, perché ormai la fama di Grimilde era stata ben compromessa dagli ingrati. La povera regina appariva per sempre, incastrata nei secoli, la strega che tutti hanno sempre odiato e voluto morta.
Biancaneve? Il principe?
Oh, be’, sì certo, la storia d’amore c’è eccome! Una grande storia d’amore. Ma per la povera Grimilde nessuna redenzione.
Dimenticate Mammolo, Cucciolo, Pisolo e tutti i “nanoli” di cui il cinema vi ha resi edotti e mettetevi comodi, Meine Damen und Herren, perché è giunto il tempo di raccontarvi come sono andate davvero le cose. E credetemi se vi dico che sono andate proprio tutte al contrario di come ve le hanno tramandate.
Brontolo? Chi? Io?
Macché, mi sono tenuto tutto questo fin troppo sul groppone, certo che poi uno diventa acido e scostante!
“C’era una volta,
una regina bellissima di nome Grimilde a cui era toccata in sorte una figliastra tredicenne e anche, a dirla tutta, un po’ bruttina e antipatica…”

continua…

Flavia Basile Giacomini

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