La ragazza seduta sulla valigia in una casa vuota – Flavia Basile Giacomini

Questo è uno degli elaborati che sono stati assegnati durante la frequenza al Laboratorio di scrittura creativa Rai-Eri “Il libro che non c’è”- sedicesima edizione, tenuto da Paola Gaglianone e Alessandro Salas, cui ho partecipato in questi mesi.

Per questo elaborato ci era stato chiesto di costruire la trama di un breve racconto a partire da una traccia ben precisa cioè partendo dalla situazione in cui una ragazza era seduta su una valigia e si trovava all’interno di un appartamento completamente vuoto nel quale a un certo punto suonava il campanello. La prima settimana avremmo dovuto imbastire soltanto una struttura della trama da sviluppare la settimana seguente. La mia struttura, a detta dei miei insegnanti, era piuttosto articolata da essere molto vicina al racconto completo. Ho così aggiustato il tiro su alcune sfumature senza intaccarne molto il testo e questo è il risultato che ho proposto e che è stato apprezzato dalla commissione di insegnanti all’unisono.

valigia-donna

In uno dei quartieri più degradati di Roma, al Laurentino 38, all’altezza dei famigerati ponti, chiusa in un appartamento completamente vuoto al primo piano del casermone al civico 12 di via Beppe Fenoglio, Elisabetta Diodati, classe 1984, sta seduta sulla sua valigia al centro di un grande stanzone. Unico ambiente, a parte il bagno, di quello che una volta era stato un appartamento abitato da qualcuno.
Elisabetta si guarda intorno cercando tracce di qualche vita precedente alla sua lì dentro, nervosamente si morde il labbro e si concentra.
Gocce di cera appiccicate sul pavimento, l’interruttore della luce sovrastato dal segno nero di una fiammata sul muro, l’odore acre del fumo di quintali di sigarette di cui le pareti sembrano essere per sempre impregnate le fanno capire che dopo tanto girare è arrivata finalmente nel posto giusto. Era proprio quello che stava cercando.
Improvvisamente viene catapultata in una realtà diversa da quella cui stava assistendo poco prima, un giramento di testa, un lieve tremore delle mani, una strana sensazione di nausea.
Si alza dalla sua valigia e si ritrova vestita con abiti che stenta a riconoscere. Si guarda le mani, le unghie verniciate di nero e anelli dalle forge più strane le cingono ogni dito. Dal bagno esce un ragazzo biondo, le sembra abbia il volto di un angelo, gli occhi chiari persi nel vuoto. Ha ancora la cintura stretta intorno al braccio.
Elisabetta gli corre incontro per sorreggerlo e farlo adagiare sul pavimento. Sente di essere legata a lui da un amore struggente, ricorda i loro momenti più intimi, quando l’incubo ancora non li aveva risucchiati. Rivive, stringendolo tra le sue braccia, ogni momento prima che la vita li conducesse lì, in quel posto claustrofobico e sgangherato come le loro stesse esistenze. L’oblio, i colori, la musica, la fuga dalla realtà, il futuro da vivere.
Tutto quello che avevano sognato insieme era ormai chiuso in quella valigia, era deciso. Avrebbero smesso di volare e imparato a camminare. Nella valigia, pronta per il loro ultimo viaggio, avevano messo il coraggio di affrontare il loro dolore e la volontà di diventare grandi. Altro non avrebbero portato in comunità.
Dopo circa mezz’ora, il campanello stonato gracchia un paio di volte, accompagnato dal bussare nervoso dell’agente immobiliare chiuso fuori.
Elisabetta riemerge dal sogno in cui si era tuffata a capofitto, tirando una boccata d’aria come se fosse rimasta in apnea a lungo. Una storia di amore e dannazione, in cui due ragazzi, poco più che adolescenti dividevano la loro disperazione dentro quell’appartamento dalla cui finestra, di là dalle inferriate ormai arrugginite e dalle tonnellate di cemento armato grigio, riuscivano a scorgere il cielo e persino a volare.
Elisabetta si alza e apre al ragazzotto carino e distinto, con la fronte imperlata di sudore, il quale non riesce a comprendere quella strana situazione.
Lui, lì, al Laurentino 38 non ci aveva mai messo piede, ma la ragazza, dopo il superattico a Coppedé, e la mansardina a Monteverde Vecchio aveva esplicitamente chiesto di poter visionare quell’appartamento la cui inserzione era stata volutamente nascosta in un angolino dell’ultima pagina del catalogo mensile dell’agenzia. Aveva cercato di spiegarle che non sarebbe stato un localino vintage né tantomeno una buona scelta underground, ma lei aveva insistito, anche quando le era stato detto che il posto era pericoloso e mal frequentato e che probabilmente anche il prezzo di quell’appartamento era fin troppo sovrastimato.
Lui è lì sulla soglia che se la guarda con occhi supplichevoli nella speranza di riuscire a concludere al più presto quell’appuntamento e ritornare nelle “sue” zone sicure.
Elisabetta lo osserva e scoppia a ridere, ha quasi finito, lo rassicura.
Si volta, apre la sua valigia, e ne prende un quadernino e una penna.
Chiede ancora un paio di minuti, ma gli permette di rimanere lì con lei, tanto ormai il tuffo lo ha fatto ed è riemersa portando con sé tutto quello che era riuscita ad afferrare dagli abissi scuri della sua mente.
Scrive velocemente un appunto “la ragazza con la valigia vuota, in una casa vuota, in un quartiere vuoto”. Chiude il quadernino, gratta via con l’unghia dipinta di rosso un pezzo di cera dal pavimento e lo osserva, poi lo mostra al ragazzo il quale non comprende.
Richiude la valigia e s’incammina.
Arrivati in silenzio alla macchina, l’agente chiede con curiosità, permettendosi una piccola invadenza sulla sua cliente, perché si fosse portata dietro, a ogni loro appuntamento, quella valigia vuota.
«Era vuota perché cercavo qualcosa da metterci dentro»
Lui non capisce, la ragazza aveva sempre voluto visitare appartamenti rigorosamente non ammobiliati che cosa mai avrebbe potuto trovarci al punto da portarsi addirittura un’intera valigia? La gente quando va via difficilmente dimentica beni di valore, le fa notare.
«Oh, ci sono grandissimi valori in quegli appartamenti vuoti» risponde lei soddisfatta «In ogni caso ho trovato ciò che stavo cercando, la mia valigia ora non è più vuota»
«Che cosa?» Domanda lui incredulo.
«Una storia». Gli volta le spalle e s’incammina sorridente, osservando la cera che le è rimasta sotto l’unghia e quella piccola cicatrice puntiforme sul suo polso.

Flavia Basile Giacomini

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