Oggi è successo qualcosa di particolare – Flavia Basile Giacomini

Questo è uno degli elaborati che sono stati assegnati durante la frequenza al Laboratorio di scrittura creativa Rai-Eri “Il libro che non c’è”- sedicesima edizione, tenuto da Paola Gaglianone e Alessandro Salas, cui ho partecipato nei mesi scorsi.

In questo elaborato ci è stato chiesto di scrivere una pagina tratta da un diario, personale o interpretato, che avesse come tema un evento straordinario occorso al protagonista scrivente. A partire dal mio incontro con un notissimo editore italiano ho elaborato questo brano che ha suscitato molte risate tra i miei insegnanti oltre che il loro serio apprezzamento per ritmo e tenuta stilistica del testo stesso. Di fatto ancora si stanno domandando se si sia trattato per me soltanto di un espediente letterario oppure se avessi creduto realmente a ciò che avevo scritto. Certamente questa è stata la mia massima soddisfazione, perché quando il lettore non è più in grado di distinguere tra realtà e finzione significa che lo scrittore ha fatto un buon lavoro. E non rivelerò se effettivamente io creda o meno a ciò che ho scritto! L’importante è che ci crediate voi.

scrivere

Me l’ero imposto ieri sera, di ritorno dall’evento culturale “Libri come”, che quella di oggi sarebbe dovuta essere una giornata meno stressante. Ero andata a dormire pianificando gli incontri cui avrei dovuto partecipare e come avrei occupato le ore di buco. Un po’ come a scuola. Niente stress, niente esami, al contrario di ieri che ho dovuto violentarmi per proporre il mio lavoro a due grandi editori.
Ancora portavo addosso il fastidioso senso di inadeguatezza per essermi messa in ridicolo ieri, fermando sotto il portico il principe fulvo dell’editoria, A.S., e avergli biascicato qualcosa di più simile a un “La supplico” piuttosto che a un “Sono una brava scrittrice, potrei avere l’onore di far valutare il mio libro da qualcuno dei suoi editor?”, perciò per oggi il programma era assolutamente quello di rilassarmi, leggere, visitare, ascoltare, imparare.
Primo appuntamento alle 17, perciò ho deciso di entrare in un bar, con Ale, e sfruttare quel tempo per prendermi un caffè aristocratico e lento, respirando aria di letteratura, di libri e di scrittori.
Appena varcato l’ingresso, Ale ha esclamato a voce alta, forse un po’ troppo:
– Mamma! Eccolo di nuovo!
Il principe fulvo si è voltato e mi ha sorriso. Io volevo soltanto sotterrarmi, sparire, evaporare. I suoi occhi chiari e divertiti mi tenevano inchiodata lì, immobile e imbarazzatissima, a ricordarmi quanto ieri dovessi essergli sembrata un’ingenua scribacchina in cerca di editore. Il suo sguardo brillante stava violentemente riportando alla mia mente quella scena fantozziana in cui mi ero cacciata da sola, incapace di convincere perfino me stessa di essere un po’ brava. No, ok, è da ieri che me lo continuo a ripetere, per recuperare un po’ di dignità: non sono un bravo agente di me stessa, ma sono una brava scrittrice. Credo. Forse. Uffa.
Quell’uomo ha due fari al posto degli occhi e ancora adesso mi stanno fissando. E poi è terribilmente affascinante. A me non piacciono i rossi, ma lui è pazzesco. È come cammina, come porge la mano, come sorride, i suoi occhi… i suoi occhi. Appunto, i suoi occhi sorpresi oggi al bar di fronte alla colorita espressione di mia figlia, costretta a seguirlo per ore il giorno prima, in attesa di trovare l’occasione buona per placcarlo.
– Mi scusi!- ho cercato di giustificarmi, tutta paonazza in viso e sudando litri di anima – Mi scusi, sul serio, le giuro non la sto pedinando… ieri l’ho fatto, è vero, ma oggi no! Davvero, mi creda…sono imbarazzatissima, vorrei soltanto prendere un caffè…ma lei è qui e adesso mi sto rovinando la reputazione…-
Lui è scoppiato a ridere con una semplicità e una tenerezza che per un istante, con i suoi duemila metri di altezza e i suoi occhi splendenti, sempre loro, mi è parso un dio omerico. Ha allungato la mano e me l’ha stretta, mi è sembrato che facesse anche un accenno d’inchino. Un principe lui e io una ranocchia agonizzante in blue jeans.
Abbiamo scambiato qualche parola, credo che volesse sapere da quale pianeta arrivassi, e non ho nitido il ricordo di ciò che gli ho detto o di che cosa abbiamo parlato. Chiacchieravamo. Questo era importante. Chiacchieravamo e i suoi occhi… solo queste due cose erano importanti.
Quando è andato via, ha detto:
– Mi raccomando, aspetto il suo libro.
Oggi è successo qualcosa di particolare, ho dato una consistenza ai miei sogni.
Gli ho sorriso. Ah, i suoi occhi…

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